Il gondoliere dello Stretto

Nasce  a Canosa di Puglia, zona di montepulciano toscano, il 28 ottobre 1922, stesso giorno della camminata su Roma  e forse non è una caso esca dalla pancia della mamma emettendo una sonora pernacchia che pare un rutto al posto del primo vagito.

Lo chiamano Beppe, nella speranza  conduca la tradizione familiare del falegname.

Cresce negli anni ruggenti nei quali i treni arrivano in orario ma la gente deve chiedere il permesso per soffiarsi il naso e questa educazione da figlio della lupa ne segnerà il carattere per essere indisciplinato e pensante.

Questo gli garantisce la partenza da volontario non sapendolo per le guerra di Gregia (minchia tre anni!!!) nella quale si distingue per tirare con la fionda pallottoli di merda verso i gerarchi in visita al fronte… non sarà mai scoperto per sua fortuna.

Nel corso della permanenza in Gregia matura la passione della vita: i treni e qualsiasi asse da stiro galleggi sull’acqua e dopo l’8 settembre invece di tornare  a Canosa risale con gli inglesi la penisola ed impara i piaceri del surf, dell’uncinetto e del tè con i biscotti.

Finisce la guerra e gli americani fermi sulla linea del Chianti e soprattutto pieni di Chianti vertinese, lo rimandano a casa imbarcandolo per Villa San Giovanni,base di partenza dei traghetti per la Sicilia…. lì vede i treni entrare nelle navi, è una folgorazione.

Lascia Canosa e la pialla e si trasferisce a Villa.

Lavora su un traghetto nel porto macinato dai bombardamenti, divide una stanza con sei colleghi e con i primi risparmi si compra un terreno accanto ad una filanda abbandonata.

Un eccentrico conte veneziano vuole attraversare lo Stretto a nuoto ma sbatte nel traghetto di Beppe che è il primo a tuffarsi e soccorrerlo. Il conte morirà quasi subito, lasciando in dono al quasi salvatore una gondola del ‘700 portata a dorso di mulo attraverso la Sila.

Con la gondola Beppe fa la spola fra Villa e Messina dove una bella mattina di luglio conosce una maestrina dolcissima vestita come un confetto, resa sorda a giorni alterni da uno scoppio di bomba alleata e con la mania di avere nei giorni che non è sorda tutte le malattie del mondo.

Si chiama Anna,  per facilitarle il compito di scrivere il suo nome davanti allo specchio perchè da qualsiasi lato lo si guarda sempre Anna rimane.

Amore a prima vista, costruzione di una villetta abusiva nel terreno accanto alla filanda, matrimonio, luna di miele all’Hotel Il Dollaro poco distante da casa, ma però c’è un mago dell’agopuntura…… e la vita riprende normale.

Beppe continuando a fare il gondoliere sullo Stretto, Anna anafalbetizzando i bambini delle elementari, in mezzo  nascono a distanza di qualche anno due figlie, la prima la chiamano Regina, la seconda Fauna.

Crescono nelle fobie della mamma per ogni malattia, ad agosto in giro con maglione e canottiera di lana tibetana, ma la mamma è sempre la mamma, la quale negli anni accentua la sua distrazione e perdita di senso dell’orientamento.

Le ragazze si fanno donne, una soda come il cemento armato,ma bella, che si imbarca nella sociologggia, l’altra un giunco, che in reverenza al nome dedicherà la vita a mettere  pannoloni alle tartarughe incontinenti.

Beppe se ne va prematuramente fra la commozione anche di chi non l’ha conosciuto e ne scrive, le figlie già donne seguono la loro strada, Anna va in pensione e si dedica alle rose, al mandarino del nonno, a fare dolci per la parrocchia….. ma è sempre più distratta.

Al porto di Villa vede una macchina piena di biscotti plasmon e crede sia la sua e di fronte al famoso pilone dell’Enel di Cannitello inizia a sbafarseli e sgranocchiarli.
La pesca una volante della stradale, adesso sta scontando tre anni nell’isola di Pianosa.

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3 risposte a Il gondoliere dello Stretto

  1. Laura ha detto:

    Io da dove ti escono questi racconti non lo so, ma sono divertentissimi e piacevoli da leggere……. ma mettere da parte l’agricoltura per un’altra ipotetica strada no ééééé?
    Ho detto è, non nèèèèèèèèèèèèèèè 🙂

  2. Andrea Pagliantini ha detto:

    Nasce tutto dall’uva, che sia di collina o di mare, è inscindibile il rapporto della fantasia con l’uva e i racconti strampalati che metto qua sopra…. certo, l’uva di mare è altra cosa, sostanza, qualità e bruciaculo messi insieme, ma non c’è altro da aggiungere.

  3. Pingback: Andrea Pagliantini » Blog Archive » La porta di Villa San Giovanni

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