Il paziente inglese

Nel monastero benedettino di Sant’Anna di Camprena non c’erano Ralph Fiennes, lo spericolato aviatore dal corpo sfigurato dall’incendio del suo aereo, nè la dolce Juliette Binoche infermiera canadese che accudiva Il paziente inglese, titolo del famoso e infinitamente premiato film di Antony Minghella.
In compenso c’erano un piccolo cimitero perduto nel tempo dove la ruggine toglieva il posto dei nomi e dava serenità alla morte e  un silenzio fischiava attraverso il viale di cipressi palpeggiati dal vento.
Un paesaggio ammirato da milioni di spettatori nel mondo che ha contribuito (anche con altri film) a creare il mito dell’ Etruscany, ovvero un pò di Toscana vera mescolata alle palle di vetro con la neve, a fienili diventano paesi con piscina, al canto delle cicale al grammofomo quando non sono di plastica avoriata.
C’erano anche gli sposi con una due cavalli decorata.

Il posto è incantevole.

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6 risposte a Il paziente inglese

  1. Gian Marco ha detto:

    La disneylandizzazione del paesaggio è un mostro che piano piano divora il territorio, cosa hanno nel cervello quelli che desiderano mescolare la Toscana con le palle di vetro e la neve finta dentro? Mah… sarò antiquato, non mi piace proprio immaginare di voler cambiare la campagna in qualcosa di diverso.

  2. Andrea Pagliantini ha detto:

    Sia chiaro che la Val d’Orcia è una zona pressochè intatta e molto, molto bella.
    Il panorama fra curve, gobbe, asperità è pressochè desertico, poche le piante di alto fusto a coprire eventuali oscenità edilizie.
    Stona un pò l’oggettistica in vendita ovunque di trabiccoli nevosi, poggiamestoli, pinocchi di varie fogge ecc. ecc. degne di una qualunque strada, paese, via turistica di oggigiorno.

  3. Silvana ha detto:

    E’ strano che una regione così avanti nella vivibilità sia così arretrata quando deve (ma è necessario?) raccontare sé stessa.
    Chiarisco: ci si racconta – in questo caso – per stimolare il cosiddetto ‘turismo’. Ma a mio modo di vedere in Toscana il turismo (una volta) era un fenomeno naturale, in altre parole: si veniva in Toscana per passaparola, perché poco a poco si scopriva che quel paesaggio e quella gente (che l’aveva ereditato e che lo manteneva lavorandoci dentro) facevano bene allo spirito, aiutavano a recuperare un senso della vita che noi – in città, con ritmi allucinanti e alienazioni varie – avevamo smarrito.
    POi “quelli di campagna”, stimolati dal crescente interesse, si sono domandati come approfittarne (insomma se questi vengono qui e sembrano starci così bene, proviamo ad avvantaggiarci tutti). Tutto lecito e anche “sostenibile”, però: c’è un però grande come una casa.
    Nel corso del fenomeno qui su esposto, due soggetti sono entrati a far parte dello scenario, provenendo da due opposti mondi: quello degli affari (Milano Roma e dintorni) e quello della politica (locale e regionale; successivamente nazionale).
    Da un lato gli affaristi che hanno pensato di “costruire” incondizionatamente; dall’altro i politici che hanno pensato di rendere “sostenibile” ciò che veniva costruito, in termini di consenso, voti, e qualche volta vantaggi o addirittura soldi, a livello di partito o personale.
    Due categorie di soggetti accomunati da caratteristiche quali: disamore, ignoranza, povertà morale e psichica, arroganza, inesistente senso del futuro.
    Potrei aggiungere un’altra fila perché la mia esperienza è davvero vasta e viene da lontano.
    Per stare su questa terra (italiana) dovrebbe essere OBBLIGATORIO PENSARE.

  4. Filippo Cintolesi ha detto:

    E’ curioso sentir porre in antinomia la Toscana e la citta’, dal momento che la caratteristica peculiare di questa terra e’ stata da sempre proprio quella di essere una “terra di citta’”. Senza andare per forza ai truschi (dei quali il mito, vedi il pagliantiniano truscany), per lo meno dal tempo dell’eta’ comunale i dati sulla percentuale di popolazione rurale vs urbana mostrano un’anomalia toscana sull’intera scena continentale: all’inizio del quattordicesimo secolo (prima della peste, ovviamente) la percentuale relativa agli abitanti delle citta’ in Toscana presentava “valori piu’ alti delle aree veneziana e milanese e quasi doppi nei confronti della pur intensamente urbanizzata regione di Gand” (cfr J.C. Russel, Medieval regions and their cities, Indiana 1972, citato in C.Pazzagli “La terra delle citta’”, Firenze 1992, da cui e’ tratto il brano tra virgolette, p.18).
    E’ quel tratto originale del “paesaggio toscano”, completamente all’antitesi dell’odierno paesaggio che e’ comunemente inteso per toscano. Ma quel passaparola di cui parla Silvana, la Toscana come pellegrinaggio culturale, come meta del gran tour, si riferiva al primo paesaggio, a quello della Toscana terra di citta’, al paesaggio dell’alberata. In opposizione al mare desertico della Toscana del sud (cioe’ proprio quella che oggi come oggi qualunque set televisivo o cinematografico identifica come Toscana tout court).
    Bizzarrie della storia.

  5. Silvana ha detto:

    Be’ si spotteggia molto il Chianti, si filmano le vigne; certo non i boschi… però la ‘Toscana urbana’ a misura d’uomo la usa più che altro il Montepaschi, nella sua pubblicità.
    No, io qui parlo di un fenomeno ben preciso; parlo della corruzione del paesaggio e del modo (modi) di vita, corrotti da quanto sopra. In fondo è il modello italiano, un po’ mitigato dalla toscanità residua (ma non residuale).

  6. Andrea Pagliantini ha detto:

    Io me la ricordo bene la Toscana, o almeno il Chianti meno patinato e schietto con la gente molto più umana e non corrotta dal demone denaro.
    Cambiamento di teste e sensibilità solo nel portafogli e adesso con stanze vuote, cantine piene, case, menti, genti ridotti a disneiland, la vedo dura fare un passo indietro per andare avanti.

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