Casa colonica

Erano le case popolari dell’epoca, centro nevralgico dell’unità poderale, dove confluivano prodotti agricoli finiti come frutta, legumi, ortaggi o da trasformare come uva e olive, latte, cereali e foraggi per allevamento degli animali da aratro, da latte e da salame.

Tante piccole città stato composte da una famiglia con svariati componenti, satellite come altre case e famiglie di fattorie molto grandi  molto spesso possedute da proprietari nobili e lontani con amministratori e  fattori rapaci affamatissimi.

Con la crisi della mezzadria e la fuga dalla campagna degli anni ’50 inizia l’abbandono di queste costruzioni artistiche, funzionali e stupende, fino al momento in cui le fattorie si trovarono costrette a metterle in vendita per fare cassa e non ristrutturazioni.

Case, interi poderi, che all’epoca potevano essere prese per pochi soldi.

Iniziarono ad arrivare i primi visitatori e i primi compratori, attratti dalla bellezza e dalla semplicità delle genti e del luoghi e cominciarono i primi lavori di ristrutturazione degli immobili, senza stravolgere di fatto gli assetti e le strutture, conservando il fascino e la testimonianza vivente di un passato che certo non sarebbe tornato, ma almeno era li visibile a chiunque come proprie radici e come testimone di ciò si era prima di montarsi il capo.

Iniziarono ad arrivare maggiori flussi di turisti, iniziò il vino a girare con prezzi e visibilità importanti, flussi sempre più cospicui di denari da spendere veloce, fare, disfare, riciclare, lavare, vendere, comprare e rivendere veloci facendo cassa e lasciando nel territorio ognuno un’ impronta propria e inutile del proprio passaggio a base di colate di cemento, tettoie, bunker e piscine ornamentali, con scarse regole osservate e tanto assetto paesaggistico stravolto.

Case agricole funzionali e bellissime per l’epoca da riadattare con acqua corrente, gas, riscaldamento, luce ecc, sono finite per diventare ville ollivuddiane sempre più vero finto toscano stucchevole alla vista, con un contorno di tanti cipressini piantati già grossi che alla prima ventata ribaltano.

Alcune case coloniche con poche sostanziali modifiche ancora esistono, ed è un piacere guardarle nella loro sobria bellezza.

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17 risposte a Casa colonica

  1. mario ha detto:

    …il bello è che alle belle casine..rimaste semi-intatte..spesso sono circondate ad agglomerati (capannoni,case edilizie”popolari”, scuole con la”q”..cioè inagurate da qualche asino in fretta prima di ogni elezione politica talvolta senza lo scarico dei wc) anni 70-80-90-00..decisi da chi ”rimane sempre a galla”.. di solito queste casine adesso non te le fanno più toccare ..”perchè si potrebbe modificare troppo e sciupare il paesaggio”…sì, dopo che ”loro” l’hanno già fatto!

  2. essebì ha detto:

    Mi permetterei di consigliare la lettura – se si riesce a trovarlo – de “La Casa Rurale nella Toscana”, di Renato Biasutti – geografo. etno antropologo, fondatore dell’Istituto Geografico dell’Università di Firenze. Egli spiega, con l’ausilio di disegni e schemi dal vero, come la casa rurale nasce e si sviluppa.

    Dalle sue spiegazioni (soprattutto dai suoi studi) si capisce profondamente qual è stato il motore di tali costruzioni.

    A mio avviso poi, capire la logica del podere aiuta e aiuterà a ‘tornare a miti consigli’ con il concetto di ‘sviluppo’ e a darsi linee guida innovative, che possono aiutarci a non soccombere all’onnipresente spread.

  3. anna maria ha detto:

    Il libro lo si può trovare presso la biblioteca di Gaiole

    Anna Maria e Riccardo Cuneo che non credono di aver “stralunato” il paesaggio intorno a Vertine con la ristrutturazione del “fienile” appena fuori di Vertine /accrooss il cimitero con tutti i permessi delle Belle Arti/etc
    Anna Mar

  4. Cristiano ha detto:

    Sono sempre più rare le coloniche chiantigiane intatte. Molte sono state ristrutturate più o meno bene, ma quelle veramente intatte o ristrutturate davvero bene sono rare come le mosche bianche. Certo quelle davvero originali non hanno neanche i servizi igienici, per non parlare di coibentazione di nessun tipo, forse neanche l’acqua corrente e questo è davvero eccessivo, ma il fascino dei vecchi pavimenti in cotto, sempre imbarcati e consunti ormai sono difficilissimi da vedere ed è un gran peccato. MI rendo conto che ristrutturare una colonica è davvero una cosa difficile e richiede una cultura e senso storico profondo, sconosciuto alla maggior parte dei geometri, ma anche architetti, per poter magari consegnare alle future generazioni qualcosa di autentico e non frutto dei nostri gusti contemporanei che inevitabilmente tra pochi anni saranno obsoleti. Meno male che negli anni del secondo dopoguerra il Chianti rurale fu in larga parte ignorato dai costruttori che si sbizzarirono nei paesi, lasciando perlomeno intatte le coloniche.

  5. essebì ha detto:

    Correva l’anno 1975 (due di gennaio, per l’esattezza) quando acquistai Fonterenza (in realtà non allora l’acquistai personalmente, ma insomma la conobbi intimamente). La costruzione era stata rimaneggiata per piegarla ai diversi usi – anno dopo anno, secolo dopo secolo -; non c’era acqua (ma una fonte, da cui il nome del podere, a cinquanta metri), niente bagni, né luce.

    E’ stato un innamoramento che ha dato vita a un sentimento che dura tutt’ora, da cui è escluso ogni senso di possesso: perché è il podere (quel podere) a possedere chi lo abita.

    Fonterenza è anche un luogo fortemente magnetico; l’abbiamo anche noi ‘piegata’ alle nostre necessità – acqua, bagni, luce e riscaldamento, ora anche una piccola cantina che sfugge alle logiche ‘bancario-brunellesche’ – con tanto lavoro e un continuum sentimentale (ma senza sentimentalismi).

    Anche i poderi – come il paesaggio – cambiano, si spera che accada con un senso dell’evoluzione e non della ‘crescita’ intesa solo come bisogno di produrre di più.
    Sono stata fortissimamente criticata dalle mie figliole che non sopportavano che avessi ‘inflitto’ al podere le persiane esterne. E’ vero sono filologicamente eretiche, ma tutti le adorano d’estate, quando il sole scalda la facciata per tutta la giornata.

    Credo ci voglia più amore e meno senso del possesso. Ma a quest’ultimo ci stanno pensando i mandanti delle agenzie di rating.

  6. essebì ha detto:

    Cristiano@: anche molti architetti conoscono proprio il testo del Biasutti e ne hanno fatto uso, per accostarsi a quelle che non sono mere ristrutturazioni, ma qualcosa di più.
    Non so quanti amministratori pubblici della civilissima Toscana si rendono conto che “il podere” e la sua poetica (per noi di fuori, ma anche per i toscani che discendono da coloro che vi hanno vissuto faticosamente, per secoli) sono nel cuore del senso della toscanità, intesa come quel modo di vivere che evoca (magari illusoriamente) un senso della vita e del futuro più estetici, cioè più etici.

  7. Andrea Pagliantini ha detto:

    Di intatte ne sono rimaste pochissime e certo non rientra nelle stortuture dotarle di acqua corrente, luce e riscaldamento, le violenze sono ben altre come strutture spianate per farci altre cose che siano piscine, tettoie chiuse con le vetrate, idromassaggi nelle piccionaie e altre amenità ancora a cui non voglio neanche e nemmeno pensare.
    Tutto intorno a queste realtà sono fioriti capanni, capannini e capannoni senza il minimo buongusto e stile e sono, come dice Silvana, l’evoluzione dei tempi.
    I tempi cialtroni viviamo.
    Passerò appena possibile alla biblioteca comunale a prendere il libro che biondi geometri sfuggono per mettere piscine e cipressini grossi che al primo vento ribaltano.
    La lenta evoluzione umana non può prescindere dallo stratificarsi delle epoche e dal ricordo di ciò che si era….. questa è l’era cialtrona e tale verrà ricordata.
    Hanno voglia i signori amministratori a fare simboli con colori tenui e cipressini quando si presentano alle elezioni, basta fare un giro per vedere come le cose stanno nei fatti.
    Nel mio comune però colgo molti cambiamenti positivi e questo mi rallegra.

  8. essebì ha detto:

    Sono certa che gli uomini della politica stanno accorgendosi di qualcosa; magari non tutti capiscono e decrittano, ma quelli più radicati, meno organici e più intimamente coinvolti non possono non accorgersi che negli ultimi venticinque anni nel sud della Toscana (solo per parlare della zona che meglio conosco) il paesaggio è irriconoscibile (quasi) ovunque guastato.

  9. Cristiano ha detto:

    Gentile essebì, vedrò di procurarmi il testo che cita, mi saprebbe indicare la casa editrice ? Sono molto belle le immagini che evocano le sue parole a proposito di Fonterenza. Capisco benissimo, almeno credo, il suo sentimento e lo condivido abitando anch’io da tempo un podere antico pur non essendone proprietario fondiario: Ispoli . Percepisco spesso presenze in un edificio di quasi novecento anni, nella parte più antica,e immaginando quante persone sono nate, vissute e morte tra queste mura, il sentimento che mi pervade è di serenità e pace anche se la vita doveva essere decisamente austera. Rispetto a periodi di tempo così lunghi è vero il concetto di proprietà si rivela per quello che è: illusorio e sfuggente come la vita stessa d’altra parte e per non rischiare di sciupare quello che abbiamo in prestito occorre intanto acquisirne prima di ogni altra cosa una meditata consapevolezza. Saluti

  10. mario ha detto:

    …anche chi vive in case-torri che nei secoli ne hanno viste di demolizioni ,incendi e devastazioni e potesse parlare con chi le ha subite …si renderebbe conto che quello che hanno fatto e vorrebbero ancora fare lì intorno non è meno devastante delle guerre ed assalti alle case del chianti fortificate…nel mio piccolo volessi vendere il terreno intorno ..”tempo 6-8 mesi” nascerebbero villaggi e parcheggi devastanti…..mi rimpinguerei il portafoglio sicuramente.. quante volte venivano a richiedere pezzetti e pezzettoni di terra x ”metterci la legna” o architetti per ”farci una serra”.. se c’è ancora bellezza lo dobbiamo a chi ”non si è fatto tentare”..ma questo molti non l’hanno capito e ”la medaglia d’onore ” è rimandata a tempi diversi..

  11. Andrea Pagliantini ha detto:

    Bello il commento di Cristiano, molto bello.
    E per Mario dico che ho comprato un’oliveta prima che venisse spianata (insieme alla collina la ospita) per farci una mega inutile cantina, uno sfregio in un posto bellissimo, in un momento in cui le autorizzazioni sarebbero arrivate veloci come razzi perchè, in quel momento, le cose funzionavano come non dovevano funzionare….
    bastava rivolgersi al professionista giusto e si poteva fare qualsiasi cosa e anche di più, in tempi celerissimi e direttissimi.

  12. filippocintolesi ha detto:

    Non so in altre zone, ma nella zona chiantigiana fino a non troppi anni fa erano abbastanza un classico gli stoini alle finestre, anziche’ le persiane. Oppure gli sportelli. Certo, sportelli fatti in modo diverso da quelli (per esempio) altoatesini.
    Comunque anche la maggiore o minore aderenza filologica fa parte della storia. E’ giusto che resti traccia anche di uno stile d’intervento meno rispettoso del cosa e come si faceva qualche generazione prima.

  13. essebì ha detto:

    Caro Filippo, ho detto alle mie figlie che le persiane si sfilano e via. Non come un muro, una gettata di cemento o una spianata…,

  14. filippocintolesi ha detto:

    Assolutamente, essebi’. Io per esempio stavo pensando di realizzare degli sportelli da mettere nella stagione invernale, visto che le finestre, senza l’estivo stoino, accusano molto l’intemperia soffiata dal vento di occidente (il quale qua al salvino soffia di brutto). Appunto si infilano e si sfilano, in modo da lasciare il posto agli stoini quando viene la bella stagione. Oltre che le finestre, credo che anche la bolletta del riscaldamento ne guadagnerebbe….

  15. essebì ha detto:

    @Cristiano: non so indicare la casa editrice: è un testo molto vecchio (Biasutti è morto negli anni sessanta). Però, se non ricordo male, la Libreria Senese – via di Città – lo tiene ancora, magari ristampe anastatiche o riedizioni artigianali. Un libro prezioso, bibbia dei meglio archi-restauratori.

  16. mario ha detto:

    …ma gli stoini …”sono quelli cinesi che vendono nei supermercati stefan” ?? 🙂

  17. Andrea Pagliantini ha detto:

    La libreria senese è rimasto uno dei pochi punti “sovversivi” cittadini avendo testi parlano di bellezza 🙂

    @ Mario
    ma che dici Mario???
    Si fà tutto con i punti della coop oggi giorno 🙂

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